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domenica 15 settembre 2013

Catechesi: relazionare per crescere insieme



        RELAZIONARE NELLA PARROCCHIA




Cristiani si diventa, non si nasce.

Cercare un itinerario condiviso in cui “educatori ed educandi” intrecciano un’esperienza umana e spirituale profonda e coinvolgente


In ogni parrocchia ci sono delle persone volenterose che prestano la loro opera e si mettono al servizio delle necessità della comunità cristiana.



Possiamo descrivere chi sono queste persone, o meglio elencare i gruppi  di cui fanno parte:

- Consiglio pastorale: laici che affiancano il parroco nella preparazione delle attività parrocchiali;

- Catechisti: operatori di catechesi (catechismo) che di solito si dedicano all’insegnamento delle prime verità cristiane, rivolto a bambini e ragazzi. Questo per prepararli a ricevere i sacramenti, prima comunione e cresima.

- Gruppi vari: azione cattolica, gruppi sposi, gruppo biblico, scouts, caritas, ministri dell’eucaristia, gruppo liturgico, gruppo del decoro della chiesa , redazione del giornalino parrocchiale etc.


Le domande che ci facciamo sono:

Come relazionano, se lo fanno, tra di loro tutte queste persone o gruppi?

C’è qualcosa che li unisce, che fanno insieme, per esempio pregano ogni tanto insieme? Mettono in comune le loro esperienze onde migliorare il loro lavoro? Come incidono nella vita parrocchiale, sono capaci di entusiasmare gli altri , attirarli ad una migliore partecipazione e scelta di vita? Sono capaci di stare insieme e fare festa? Credono di essere arrivati e di non avere bisogno di ulteriore formazione? Partendo dal presupposto che un cristiano veramente tale è formato non quando ha imparato una certa quantità di contenuti di fede, ma quando ha assimilato le verità cristiane; una volta fatto ciò le trasforma in convinzioni radicate a livello personale e in atteggiamenti di vita coerenti e adeguati, in modo da essere un  testimone del Maestro Gesù.



Se questo è il presupposto per ogni cristiano, con maggior ragione lo deve essere per tutti coloro che hanno ricevuto una chiamata speciale dal Signore: essere operai della sua vigna, operai che aiutano in un modo o in un altro i fratelli.



“Cristiani si diventa, non si nasce. Questo notissimo detto di Tertulliano sottolinea la necessità della dimensione propriamente educativa (formazione) della vita cristiana. Si tratta di un itinerario condiviso, in cui educatori ed educandi intrecciano un’esperienza umana e spirituale profonda e coinvolgente”. ( Educare alla vita buona del Vangelo, 25)



La chiamata speciale ricevuta non ci mette al disopra degli altri, ma ci fa fratelli  che danno una mano ai fratelli minori che devono ancora fare una scelta libera di vita cristiana, ovvero fatta la loro scelta vogliamo che camminino insieme a noi.

Ecco allora che possiamo parlare di formazione cristiana seguendo l’esempio datoci da Gesù con la sua vita, azioni e parole quando per le vie della Palestina andava incontro alla sua gente. E da questo nessuno pensi di esentarsi perché siamo stati chiamati a generare assieme al Parroco figli di Dio, e perché chiamati diventiamo responsabili  della missione ricevuta: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà chiesto molto di più” (Lc 12,48).



In questa formazione tutti sono impegnati, dal parroco all’ultimo chiamato, in una stretta relazione di collaborazione e comunione.

Da questo punto di vista nella parrocchia, proprio perché “casa di tutti”, il parroco che è il responsabile principale, non può pensare di proporre una formazione standard che vada bene per tutti, né può accontentarsi di una formazione approssimativa, fonte di un cristianesimo qualunquista, ma in base ai compiti e alla preparazione di ognuno va curata una catechesi appropriata, in modo che tutti possano essere preparati per la missione ricevuta.



Anche i parroci rivedano la loro formazione pastorale in modo da essere “buon pastore” delle loro pecorelle..

Deve esistere la convinzione della bontà di questa formazione, desiderarla, sollecitarla a tutti i livelli, comunitario e personale: è il primo modo di relazionare e imparare a relazionarsi con i propri compagni di viaggio, nella riscoperta della propria fede, la spiritualità, il proprio contesto umano e professionale.



La maturità cristiana si può misurare secondo tre indicatori che devono essere compresenti:

           

1) la capacità di costruire e mantenere un forte legame con il Signore nella preghiera e nei sacramenti;

2) la capacità di amare se stesso e il prossimo;

3) la capacità di compiere scelte di vita definitive.



Ogni gruppo parrocchiale ha dei compiti da portare avanti: la formazione deve avere due finalità, se stessi e la parrocchia, parrocchia intesa qui come tutto il resto dei fedeli che devono venire a conoscenza dell’esistenza dei gruppi e di quello che fanno.

Per esempio un gruppo che si dedica all’approfondimento della bibbia farà partecipe la comunità di ciò che fa trasmettendo le proprie conquiste di conoscenza e di fede, magari con un volantino o organizzando dei forum parrocchiali, collaborando col gruppo liturgico.





I catechisti ai quali sono stati affidati dei bambini, dei ragazzi devono coinvolgere i genitori, assieme al parroco, mettendoli al corrente dei progressi dei ragazzi e organizzando dei momenti di formazione per loro, momenti di festa per conoscersi meglio e stare allegri nel Signore, collaborare con il gruppo biblico e con quello che si occupa della liturgia.

In sostanza ogni gruppo deve essere conosciuto dai parrocchiani e deve farsi conoscere per quello che fa con lo scopo di fare comunione  e in questa dare stimoli di entusiasmo, di crescita e magari di partecipazione e collaborazione.



Ogni gruppo non sia isolato nel suo lavoro: il mettere insieme con tutti gli altri la loro esperienza di fede in giornate di fraternità, che non siano soltanto giornate di riflessione e di preghiera ma anche di festa, aiutano ad aumentare la fratellanza, l’amicizia e la convivialità.

Spetterebbe al consiglio pastorale promuovere delle giornate di festa aperte a tutta la comunità parrocchiale  (due o tre volte l’anno), giornate in cui si fa festa, si mette al corrente la comunità dei programmi pastorali ,e si coglie l’occasione per un incontro di formazione e di preghiera. Celebrare una volta l’anno l’anniversario dei matrimoni come festa della famiglia.

Gli altri al vederci, come per i primi cristiani, possano esclamare: come si amano, come è bello stare insieme”



Catechesi come formazione di ogni collaboratore, chiamato dal Signore, in funzione di incontri con i fratelli della Parrocchia, vicini e lontani. Incontri in cui bisogna avere tanta capacità di ascolto per conoscere l’altro, occhi per vedere e studiare situazioni che normalmente ci sfuggono. Come  Gesù con la folla che lo seguiva:



“La folla segue Gesù mossa dalla speranza di ricevere qualcosa di decisivo. Pur provenendo da città e situazioni diverse, appare animata da un desiderio comune.

Gesù stesso si fa interprete delle attese profonde dei presenti. Lo sguardo che rivolge loro non è distaccato, ma partecipe, perché non scorge una folla anonima, bensì persone, di cui coglie il bisogno inespresso.



Gesù vede in loro «pecore che non hanno pastore»: è una metafora che rivela la situazione di un popolo che soffre per la mancanza di una guida autorevole o è disorientato da maestri inaffidabili.

Lo smarrimento della folla suscita in Gesù una “compassione”, che non è un’emozione superficiale,

ma è lo stesso sentire con cui Dio, nella vicenda dell’esodo, ha ascoltato il gemito del suo popolo

e se ne è preso cura con vigore e tenerezza.



Il bisogno delle persone interpella costantemente Gesù,

che risponde ogni volta manifestando l’amore compassionevole del Padre” (Educare alla vita buona del Vangelo cap.2.17).



Come Gesù quando insegnava con l’autorevolezza che viene dal Padre, dobbiamo proporre ciò che lui ci ha insegnato, essere testimoni della Parola come Gesù lo fu e continua ad esserlo del Padre:

La prima azione di Gesù è l’insegnamento: «si mise a insegnare loro molte cose».



“Gesù è cosciente di essere anzitutto il Maestro: per questo, con l’autorevolezza che viene dal Padre, comincia con l’indicare le vie della vita autentica. Egli rivela il mondo nuovo voluto da Dio e chiama a esserne parte, sollecitando ciascuno a cooperare alla sua edificazione nella pace. Il popolo che egli pasce è invitato ad ascoltare la sua parola, che conduce e fa riposare su pascoli erbosi (cfr Sal 23,2).

Gesù non smetterà di insegnare, parlando al cuore, neppure di fronte all’incomprensione della folla e dei suoi stessi discepoli”. (Educare alla vita buona del Vangelo cap.2.18)


Educare, convivere, stare, crescere insieme in un mondo che cambia

Il documento CEI parla di “opera educativa” in un mondo che cambia: conosciamo questo mondo che cambia? Conoscere, ricordiamo che significa entrare nell’anima dell’altro: non è la nostra intelligenza che ci fa conoscere l’altro ma il nostro cuore che ci farà ascoltare e parlare con intelligenza.




«Bisogna, infatti, conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico», che ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, indicando pure il metodo: «Per svolgere questo compito, è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche».  Tutto il popolo di Dio, dunque, con l’aiuto dello Spirito, ha il compito di esaminare ogni cosa e di tenere ciò che è buono (cfr 1Ts 5,21), riconoscendo i segni e i tempi dell’azione creatrice dello Spirito. Compiendo tale discernimento, la Chiesa si pone accanto a ogni uomo, condividendone gioie e speranze, tristezze e angosce e diventando così solidale con la storia del genere umano”. (Educare alla vita buona del Vangelo cap.1.7)



Si parla di “educare”, ma in realtà, come si è detto altrove in questo lavoro, si tratta di riuscire a viaggiare insieme, dare e ricevere amicizia per incontrare il Maestro,bando all’individualismo sia del singolo che del gruppo.

Si cercherà di relazionare, ogni gruppo nel suo ramo e tutti con la comunità parrocchiale in un programma che abbracci ogni età e situazione.






Relazionare infine, vuol dire essere comunità, piccola comunità nella comunità più grande, la Chiesa.




Per concludere ancora una paginetta che riporto dal libro  Spiritualità di comunione”, a cura di Juan Battista Cappellaro: “Perché ci sia una comunità non è necessario che tutte le persone siano mature. Ne è un esempio la famiglia.


-  Una comunità è matura quando:
ha integrato tutti i suoi membri, cioè ognuno ha e sa di avere il suo posto, il suo ruolo organico, senza sentirsi frustrato, ma anzi completato, potenziato dal ruolo altrui, come membra in un corpo anziché rivali (il “noi”). E ciascuno si fa responsabile dell’insieme, conscio del fine che si vuole raggiungere; è capace di assimilare nuovi membri sa assumere la realtà: accetta i membri quali sono, rispetta le differenze, i tempi e i ritmi di maturazione,ecc. Ha pertanto il senso della storicità; sopporta gli insuccessi, reagendo positivamente, e resiste alle tensioni senza dividersi; è consapevole dei suoi limiti ed è perciò continuamente impegnata nella propria conversione attraverso l’autocritica, la revisione e la correzione fraterna.


-  Una comunità è matura nella misura:
dell’oblatività dei suoi membri, che raggiunge il punto più elevato quando questi sanno mettere autenticamente insieme il loro destino;

dell’apertura agli altri; dell’oblatività e della ricettività, che confluiscono nella capacità di generare nuove comunità”.

-  Infine si raccomanda il dialogo, frutto di tutti i processi nella pastorale perché:
“ fa crescere armonicamente i membri della comunità;

permette la mutua conoscenza, frutto dell’amore;

accresce la fiducia reciproca, elemento fondamentale della vita comunitaria;

socializza e rende creativi, è cioè fonte di progresso e di costruzione;

orienta le tensioni, che sono normali in una comunità;

favorisce il superamento dei complessi personali e comunitari (timidezza, aggressività, autosufficienza) e dei contrasti.




 Il dialogo stesso ha raggiunto la sua maturità quando il dare e il ricevere toccano quella profondità dove l’uno e l’altro si confondono, divenendo mutua partecipazione, cioè quando ciò che è mio è tuo; ciò che tuo è mio”(idem).


venerdì 13 settembre 2013

la nostra parola diventa affascinante per gli altri quando noi stessi vi prendiamo piacere.



PREMESSE PER UNA NUOVA CATECHESI:la nostra parola affascinante.


Fratello, la nostra parola diventa affascinante per gli altri quando noi stessi vi prendiamo piacere.

Il dispiegarsi della nostra parola risente della nostra gioia... La difficoltà non è dunque di sapere ciò che bisogna insegnare agli altri, ciò che essi devono credere, da dove cominciare,dove finire... né di vedere quando bisogna abbreviare o quando bisogna prolungare l’istruzione.

No, la cosa importante è istruire nella gioia. Più tu vi riuscirai, più sarai ascoltato” (SANT’AGOSTINO).

E’ possibile un programma di catechesi uguale per tutti, per adulti, piccoli e giovani?

Se pensiamo che il messaggio è unico perché Dio è uno, un programma di catechesi deve essere unico ma adattato alle diverse età, ai diversi stati di vita, all’uomo nel suo essere e nel suo divenire storico. Importante, come abbiamo appena letto da Sant’Agostino, è istruire nella gioia, entusiasmare per giungere ad una scelta per Dio in verità e libertà.

In questo capitolo voglio dare delle linee generali per un programma di catechesi che ogni operatore di catechesi dovrebbe seguire, ma prima ancora fare suo, entusiasmarsi per entusiasmare, istruire nella gioia, viverlo e crescere insieme alle persone che gli sono state affidate.


“Nel corso dei secoli Dio ha educato il suo popolo, trasformando l’avvicendarsi delle stagioni

dell’uomo in una storia di salvezza: «Egli lo trovò in una terra deserta, in una landa di ululati solitari. Lo circondò, lo allevò, lo custodì come la pupilla del suo occhio. Come un’aquila che veglia la sua nidiata, che vola sopra i suoi nati, egli spiegò le ali e lo prese, lo sollevò sulle sue ali.

Il Signore, lui solo lo ha guidato, non c’era con lui alcun dio straniero»" (Dt 32,10-12).


Di questa storia noi ci sentiamo partecipi.

La guida di Dio, in tutta la sua forza e tenerezza, si è fatta pienamente e definitivamente visibile in Gesù di Nazaret.


 Clemente Alessandrino, un autore del II secolo, gli attribuì il titolo di

“pedagogo”: è Lui il maestro e il redentore dell’umanità, il pastore le cui orme guidano al cielo ( Educare alla buona vita del Vangeli, Introd.1).

Sette cose importanti da tenere sempre presenti

Imparare dal Pedagogo, Dio, che segue l’uomo, entra nella sua storia, nelle sue vicende per indirizzarlo e farlo tornare a Lui: questo il compito della catechesi.


Pensare che l’iniziazione cristiana è più ampia di quella preparazione ai sacramenti della Cresima e dell’Eucaristia, finora ritenuta prioritaria, ma questi vanno inseriti nel contesto del nostro rapporto con Dio, come vedremo.


Rivalutare il ruolo della famiglia cristiana, cercare la sua partecipazione in una catechesi appropriata per loro e il loro coinvolgimento nella catechesi per bambini e ragazzi.


Non credere mai alla propria autosufficienza, dare valore e fiducia alle persone che collaborano con noi e non solo: bisogna vivere la carità e renderla visibile.


Rispettare, pur nell’annuncio della verità, la libertà di scelta in un rapporto di dialogo e di confronto.


Ricordare sempre che siamo operai del Signore: a noi il compito di annunciare La rivelazione di Dio completata da Gesù soprattutto con la nostra testimonianza come da mandato di Gesù: “ Mi sarete testimoni fino agli ultimi confini della terra” (At 1,8).


Per ultimo, ma non meno importante, ricordiamoci sempre di comunicare con lo Spirito Santo: ci è stato inviato perché capissimo meglio le Scritture e tutto quello che Gesù ha detto e fatto per la nostra salvezza.


Insieme per rinnovarci

Con il Concilio ecumenico vaticano II si è aperta una nuova era nel cristianesimo, una nuova primavera che parlava di rinnovamento. Chi come me ha vissuto quegli anni, anzi quei giorni, si ricorderà dell’entusiasmo di quel periodo. Attiravano quelle innovazioni liturgiche, ma soprattutto, per i più attenti, un messaggio che veniva dai padri conciliari: ci sentimmo inseriti come popolo di Dio in una lunga, avvincente storia, la storia della salvezza. Una storia che veniva da lontano che incomincia con la creazione dell’uomo e parlava dell’interesse di Dio per l’uomo.

Fu la fine di un catechismo fatto di dottrine e principi imparati a memoria e diventammo protagonisti assieme a Dio della storia cristiana e degli uomini.


Sono passati più di cinquanta anni e si sente il bisogno di un nuovo rinnovamento, causa sempre l’uomo, questa creatura tanto amata da Dio, ma altrettanto debole e incostante.

Ci siamo allontanati da quello che per molti di noi erano certezze, per inseguire le novità di un mondo in un vertiginoso cambiamento, che attraggono, affascinano e ti ubriacano fino farti dimenticare di Dio, del suo amore e dell’amore che dobbiamo al nostro prossimo, incominciando dai nostri figli, dalla nostra famiglia.


Oggi ci viene offerta un’altra occasione per ricominciare un nuovo cammino di rinnovamento e, come chi ha perso la bussola che lo guidava, siamo alla ricerca di un nuovo punto di partenza, forse di un aggancio, di una mano che ci aiuti a rivedere la nostra storia, i nostri errori: questo nuovo inizio lo chiamerei insieme, insieme edifichiamoci con la vita buona del Vangelo.


Una catechesi che ci faccia scoprire la nostra storia:

Non è questo il luogo di esporre un programma dettagliato di catechesi, bensì si vogliono dare delle tracce per riflettere, trasmettere, vivere insieme.


Cerchiamo di stabilire a chi potrà essere rivolto questo programma di catechesi:


 Premesso che il compito della catechesi è quello di proporre la fede e di darla, non darla per presupposta, e che la catechesi non è opera di singoli, bensì dell’intera comunità ecclesiale, ci rivolgiamo a:


-         noi stessi: abbiamo sempre bisogno di approfondire le verità in cui crediamo, verità da capire bene per vivere meglio, non ci basterà una vita. Per saper introdurre altri all'incontro vivo con Gesù è necessario che noi per primi lo abbiamo udito, visto, contemplato.


       - le persone più vicine a noi, la nostra famiglia: essere testimoni in mezzo a loro


-         i bambini dai 6 ai 10 anni

-         I ragazzi dagli 11 ai 14 anni

-         i giovani dai 15 anni in poi

-         I fidanzati in vista del matrimonio

-         giovani sposi con bambini da 0 a 6 anni

     - le famiglie: con lo stesso occhio attento e amorevole con cui guardiamo i nostri

ragazzi, guardiamo anche agli adulti che li hanno generati e che hanno il delicato compito dell'educazione.

-         le persone anziane nel rispetto spesso della loro fede semplice e tradizionale

-         gli ammalati, “fonte di ricchezza per tutta la chiesa” (Giovanni Paolo II)

-         gli extracomunitari, soggetti da comprendere, accogliere e amare.



Un programma di catechesi deve trasmettere il contenuto della Parola di Dio secondo le due modalità con cui la Chiesa lo possiede, lo interiorizza e lo vive: come narrazione della Storia della Salvezza e come esplicitazione del Simbolo della fede, le verità di fede: Sacre Scritture e vita della Chiesa, comunità del popolo di Dio che vive dell’Eucaristia e di momenti di vita comune.

Una catechesi che non solo accompagni la fede, ma la proponga e la susciti.



“Già al tempo dei Padri la Chiesa aveva compreso che l’iniziazione cristiana si doveva configurare come un itinerario progressivo, perché la vita non si educa in un istante, ma ha bisogno di un lungo percorso per maturare.


 E, contemporaneamente, aveva chiaramente intuito che la catechesi doveva lavorare non in maniera unidimensionale, bensì a partire da tutte le dimensioni costitutive dell’esistenza cristiana.


È necessario, allora, nel rinnovamento dell’iniziazione cristiana recuperare con forza questa prospettiva di un cammino che non si esaurisce nella preparazione alla celebrazione dei sacramenti, che pure è essenziale, ma che si pone come meta la maturazione di una mentalità di fede.

La storia del catecumenato antico insegna che questa maturazione la si raggiunge lavorando contemporaneamente su quattro dimensioni costitutive

dell’esistenza cristiana:

-         la professione della fede, ( non solo professare ma conoscere n.d.a.)

-         la celebrazione dei misteri, e liturgia della Chiesa

-         la vita in Cristo,

-         la preghiera cristiana,

   

...Facendo tesoro di questa struttura, il cammino proposto dalla catechesi dovrà sapientemente intrecciare:

la qualità del percorso formativo che permetta di conoscere ed amare la fede per giungere a professarla pienamente nel Credo.

la bellezza della celebrazione liturgica nella quale i nuovi credenti si inseriranno progressivamente,

la maturazione di scelte di vita cristiane accompagnata dall’incontro con chi già vive il vangelo nella sua esistenza quotidiana nel mondo,

l’accompagnamento nella preghiera personale, attraverso la scoperta dei modi della preghiera cristiana … per giungere alla capacità di discernere nel proprio cuore la volontà di Dio (Andrea Lonardo, Quali orientamenti per il rinnovamento dell’iniziazione cristiana?”  ELLEDICI ).






martedì 23 luglio 2013

Si può parlare con il cuore?








Il Cristiano:

una finestra aperta verso il mondo

per parlare col cuore,

amare,

condividere


Per molti anni si è creduto che il cuore fosse la sede dei nostri sentimenti, i suoi battiti segnalavano i nostri atteggiamenti di rabbia, di dolore, di sofferenza, di gioia, di serenità, di allegria, di amore, di odio. Soprattutto si è creduto che cuore fosse sinonimo di amore. Da esso scaturiva quella forte energia che ci indirizzava verso gli altri, genitori, figli, parenti, amici, quella situazione che ci faceva stare bene con noi stessi e con gli altri. Sì, perché amare è un verbo che ci mette in relazione con gli altri, che ci fa usare le parole giuste per comunicare, che guida i nostri occhi ad incontrare quelli di altre persone in una intesa velocissima e profonda, istintiva.

Amare è farsi capire e cercare di capire l’altro, mettere insieme i nostri modi di vivere e sentire; amare è mettere in comunione il nostro essere, e solo amando si può raggiungere l’altro.
Succede che quando amiamo una persona abbiamo bisogno di sentire i battiti del nostro cuore: più forte è l’intensità del nostro amore e più frequenti e veloci saranno i battiti di questo muscolo che a volte sembra scoppiare.
I battiti del cuore in una persona che non ha mai amato o che non ama possiamo paragonarli all’esito di un elettrocardiogramma piatto: un cuore insensibile.
Spesso, non ci facciamo caso, i nostri discorsi trasmettono parole aride, senza afflato che non dicono e non parlano con amore, non raggiungono l’altro, annoiano anziché entusiasmare.
Amare vuol dire dirigersi verso l’altro con affetto sollecitando risposte, assensi, condivisione. Possiamo essere molto intelligenti, uomini di cultura, ma la nostra intelligenza e la nostra cultura se non sono accompagnate da sentimenti di vita nella trasmissione agli altri, sono rintocchi di una campana stonata. Uno scienziato davanti ad una scoperta esulta di gioia quando trasmette ad altri la sua scoperta e il suo entusiasmo è contagioso, i battiti del suo cuore sono alle stelle, egli ha parlato con il cuore.

Un professore che trasmette il suo sapere senza entusiasmare avrà degli allievi passivi, non partecipi, annoiati.


Intelligenza e cuore è possibile metterli insieme?

Sarà possibile se ne siamo veramente convinti, se veramente vogliamo stabilire un contatto di vita con gli altri, intavolare un dialogo tendendo allo scambio delle ricchezze personali.
Il dialogo è la strada scelta da Dio per realizzare il Suo Regno d’amore, è il mezzo che rende la storia di salvezza una nuova creazione, è la via attraverso la quale noi collaboriamo con Dio nel costruire la sua Chiesa, il suo Regno.

Prima regola del dialogo non è il parlare ma l’ascolto, l’ascolto paziente, non annoiato, senza fretta di dire la nostra. L’ascolto ci fa conoscere l’altro, il nostro interesse nel conoscere l’altro prepara le nostre parole ad essere più incisive e appropriate e lo saranno se parliamo con il cuore, animati da una fiducia reciproca. Solo così acquistiamo l’autorevolezza di parlare al cuore dell’altro.
Da qui l’invito, se invitati a parlare, a preoccuparci di conoscere il pubblico, il suo modo di vivere, la sua preparazione culturale e quant’altro…Parlare con il cuore si chiama vuol dire conoscere l’altro.

Ricordiamo ciò che dicevano di Gesù: “ Nessuno ha mai parlato come Lui”. Sì, perché la gente vedeva che parlava con autorità e saggezza, che i suoi atteggiamenti erano di compassione e amore per il popolo, era da parte della gente, uno di loro, un amico. Il parlare di Gesù non esprimeva voglia di potere ma solo sentimenti di attenzione, di amore, di servizio.
Gesù parlava con l’autorità di Figlio di Dio: non crediamo mai per un  solo momento di essere infallibili.




Dialogare vuol dire che anche l’altro può arricchirmi, che io possa sbagliare ed essere corretto a mia volta. Dialogare è non dare niente per scontato perché:

“Occorre a questo scopo far nostra l’antica sapienza che, senza portare alcun pregiudizio al ruolo autorevole dei pastori, sapeva incoraggiarli al più ampio ascolto di tutto il Popolo di Dio” (Giovanni Paolo Secondo).

“Spesso a uno più giovane il Signore ispira un parere migliore” (san Benedetto).

«Pendiamo dalla bocca di tutti i fedeli, perché in ogni fedele soffia lo Spirito di Dio»” (San Paolino di Nola).

“ I santi rivelano con la loro vita l’azione potente dello Spirito che li ha rivestiti dei suoi doni e li ha resi forti nella fede e nell’amore. Ogni cristiano è chiamato a seguirne l’esempio, cogliendo il frutto dello Spirito, che è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Educare alla vita buona del Vangelo,22).

“Promuovere un’autentica vita spirituale richiesta, oggi diffusa, di accompagnamento personale. Si tratta di un compito delicato e importante, che richiede profonda esperienza di Dio e intensa vita interiore. In questa luce, devono essere attentamente vagliati i segni di risveglio religioso presenti nella società: essi possono rivelare l’azione dello Spirito e la ricerca di un senso che dia unità all’esistenza” (ibidem, 23.)

Essere come un libro aperto.

La catechesi deve sempre tornare alla novità del cristianesimo. Solo quando questo avviene, le persone si sentono ogni volta di nuovo “trafiggere” il cuore nell’incontrare Cristo. In questo senso, se esiste un “primo annunzio” che è previo alla catechesi, esiste anche una “prima evangelizzazione” che avviene dentro la catechesi dell’IC e che la deve contraddistinguere”.(Antonio Leonardo, quali orientamenti per il rinnovamento dell’iniziazione ELLEDICI)

Quando incontriamo una persona spesso può capitare che nascondiamo le nostre emozioni come se volessimo nascondere qualcosa, ovvero abbiamo paura del giudizio dell’altro. Le emozioni debbono invece essere una risorsa per farsi conoscere, per accompagnare le nostre parole, per comunicare meglio quello che abbiamo dentro che ci rende testimoni della nostra vita, della nostra fede. Le emozioni che accompagnano le parole suscitano emozioni, aiutano la comprensione, fomentano l’amicizia.  Sia il nostro parlare sincero, veritiero: sì, si; no, no. Non lasciamoci schiacciare dalla razionalità, ma siamo emotivamente intelligenti mettendo la razionalità al servizio del cuore.




“Si deve riuscire a comunicare dal cuore e con il cuore per arrivare al cuore dell'altro, dando il necessario spazio ai sentimenti e alle emozioni. Questo significa aprirsi sinceramente alla cultura del dialogo, dell'uguaglianza e della parità dei diritti. Entrare in una dimensione comunicativa e relazionale vera, autentica, profondamente gratificante, alla base della quale ci sono sentimenti importanti come la fiducia, la tolleranza, l'empatia, l'amore e il rispetto per l'altro. Tutto questo è intelligenza emotiva! Ed è quello che serve per creare sintonia comunicativa, cultura del dialogo, simmetria relazionale, convergenza sugli obiettivi e, in ultima analisi, un risultato finale reciprocamente soddisfacente, che consente ad entrambi di vincere e di sentirsi Ok” (Dott. Angelo Battista, benessere.com.)

Parlare con il cuore sviluppa l’orientamento al dialogo che nasce man mano che ci si conosce, si condivide, si lavora insieme: insieme si vince e si perde trovando sempre la strada per continuare o ricominciare.
“Un passo degli Atti degli Apostoli esprime in maniera splendida questo. “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro: che cosa dobbiamo fare?” (At 3,37).

“Un cuore trafitto è un cuore che è stato conquistato, che è stato persuaso, che ha intuito una possibilità nuova. La “trafittura del cuore” non è semplicemente un momento previo all’Iniziazione cristiana, è la forza e la bellezza di essa. Certamente l’essere attratti dal cristianesimo precede la catechesi, poiché una persona chiede di essere accompagnata in un cammino di iniziazione solo dopo che ha almeno intuito il valore della proposta cristiana, ma questa “attrazione” non può essere data come avvenuta una volta per tutte.
Al contrario, la forza

Un esempio di comunicazione profonda:   

“La mia professione di insegnante mi pone quotidianamente di fronte alle dinamiche relazionali dei bambini che, non sempre, sono facili da gestire. All’inizio della mia carriera, lavorai in una classe particolarmente problematica, conflittuale (aggressività e casi di bullismo) e con difficoltà socio/culturali. Ricordo che talvolta, l’esasperazione era tale da arrivare ad urlare quasi istericamente, nel vano tentativo di farmi ascoltare. Un giorno un bambino mi guardò dritto negli occhi e con aria arrabbiata ma molto consapevole mi disse: ”Quando urli così mi fai spaventare. Io ti ucciderei!”. Fui favorevolmente colpita dalla capacità e dal coraggio del bambino di esplicitare un contenuto così forte ad un adulto e, in qualche modo, ne fui orgogliosa perché voleva dire che il bambino si sentiva al sicuro nella possibilità di esprimere il suo sentire. Avevo lavorato bene! Una parte di me sentiva giusta la rabbia di quel bambino e comprendeva la sua paura ma l’altra sentiva il bisogno di comunicare anche le sue emozioni….”Mi spiace d’averti fatto spaventare ma quando cerco di parlare con voi e non mi date retta, mi sento invisibile, è come se non ci fossi. Questo mi fa star male ed è questo il motivo per cui urlo. Ti è mai capitato di sentirti così?” Il suo volto si illuminò.” Sì, con i miei genitori quando non mi ascoltano. Sto male e spaccherei tutto!”. Da quel giorno, non smisi di urlare all’occorrenza ma ogni volta che succedeva, uno sguardo di intesa ci univa. Si era creata un’alleanza fondata non sulla facile “seduzione” del potere dell’insegnante ma sulla fiducia e sulla com-prensione col cuore”. (Monica Fonti, su  www.naturopataonline.org)

Gesù insegnava e tutti ne facevano grandi lodi

Maestro buono cosa devo fare per seguire te e per dedicarmi agli altri e parlare col cuore?

Questa è la domanda che ogni cristiano, ogni operatore di catechesi deve porsi, in un dialogo continuo col Maestro. Vangelo in mano per leggere, riflettere sul metodo di Gesù. Scopriremo che è stato un grande amico, l’amico più grande che sia mai esistito, l’amico che ha amato tutto il mondo fino a sacrificare la sua vita per amore degli uomini.

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”.
(Giov 15,12-14).

Gesù ha lasciato dei segni per dimostrare la sua divinità operando prodigi e anche miracoli ed ebbe a dire: “ Se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile” (Mt 17,20).
Essere amici, avere fede in Lui, vivere una vita alla sua presenza per mostrarsi agli altri ed agire come il Maestro.
Gesù era un grande osservatore, uno scrutatore di cuori, ricordiamo il giovane ricco, Nicodemo, La Samaritana, Pietro...
Gesù era una grande parlatore, capace di arrivare al cuore dei semplici, dei poveri di tutti i bisognosi,
ricordiamo le Beatitudini, le parabole molto vicine nel significato alla vita quotidiana di chi l’ascoltava.
Gesù amava i bambini, anche quando stanco li voleva vicini: ”lasciate che i bambini vengano a me”, li segnalava come esempio per chi voleva raggiungere il Regno dei cieli…
Gesù non disdegnò mai nessuno sempre in cerca di ogni uomo, ricordiamo la pecorella smarrita e il buon pastore, l’obolo della vedova… ma anche severo per chi in mala fede scandalizzava i fratelli, o uno dei più piccoli…
Gesù è al servizio di tutti: “ il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mt 20,28), e vuole che chi lo segue faccia lo stesso.
Gesù si adoperò in tutti i modi per radunare i figli di Israele fino all’inverosimile, convinto della verità che predicava ( Lui è verità): “ Alcuni farisei tra la folla gli dissero: ”Maestro, rimprovera i tuoi discepoli”. Ma egli rispose: “Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre” (Lc 19,39-40).
Gesù pianse: ricordiamo Lazzaro, e poi per Gerusalemme: “ Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo “ Se avessi compreso anche, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi…non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (Lc 19,41-44).
Questi sono solo alcuni esempi del comportamento di Gesù ma i vangeli, per chi sa leggerli e rileggerli con attenzione sono una miniera di esempi…





Nessuno ha mai amato come Gesù, nessuno ha mai parlato col cuore come Lui, nessuno ha mai agito come Lui. A noi, deboli come siamo, basterebbe mettere in pratica una sola frase del vangelo per essere bravi discepoli, catechisti, operatori di catechesi, annunciatori del suo messaggio.
Essere amici di Gesù, seguaci di Gesù discepoli di Gesù, inviati da Gesù per manifestare al mondo il messaggio di Gesù significa averlo dentro il cuore per poterlo dare agli altri, bambini, ragazzi, giovani adulti, con particolare attenzione alla famiglia, piccola chiesa nella grande Chiesa. Parlare con il cuore per risvegliare nei loro cuori il seme divino in loro addormentato ma non morto, che aspettano un segnale per riprendere la strada, la via da lui indicata, la verità per tutte le genti di ogni razza e nazionalità, rivivere una vita degna di ogni uomo figlio di Dio, consapevoli che Gesù è la Via, la Vita, la Verità.



lunedì 22 luglio 2013

Mandare, posteggiare e che se la sbrighino i preti?


La famiglia nella Catechesi







Chi opera nella catechesi finalmente si è accorto che manca qualcosa nello stabilire un dialogo serio, convincente con i ragazzi. A parte i problemi pratici di ogni parrocchia, ci siamo accorti che il mondo è cambiato, la famiglia non è più come una volta: stiamo assistendo, già da un  po’ di tempo, ad un continuo allontanamento dalla frequenza ai riti religiosi, e forse ci siamo abituati alle frequenti separazioni dei coniugi, ai divorzi che non fanno più scandalo né notizia ma diventata prassi comune.

Contemporaneamente c’è una prassi abitudinaria, da parte dei genitori, di mandare i figli al catechismo in preparazione della prima comunione e della cresima.
Mandare, posteggiare e che se la sbrighino i preti. Sarà menefreghismo, ignoranza, o credenza che arriva da lontano come prassi e tradizione? Perché?

Sicuramente ogni parroco e ogni catechista avranno tante risposte da dare a questa domanda. Ma prima vorrei che rispondessero a queste altre:
Avete fatto attenzione alla crescita dei vostri ragazzi? Vi siete preoccupati di condurli verso scelte libere nel rispetto della loro maturazione umana e cristiana? Conoscete, dico conoscete, le loro famiglie o avete cercato seriamente di coinvolgerle nella formazione cristiana dei lori figli?
Forse avete rinunciato ad avvicinarle credendo che non si sarebbero fatte avanti, ma avete prima studiato un piano di coinvolgimento? Non dobbiamo decidere solo noi, facciamolo insieme!
Eppure sappiamo tutti come sia importante il ruolo della famiglia nell’educazione religiosa dei loro figli: una famiglia unita, che si parla, che comunica, che non rimane isolata in mezzo ai tanti problemi della vita, che crede in Dio e prega.

Parliamo della famiglia, per porre le basi per un avvicinamento serio e un loro coinvolgimento futuro.

Da un articolo di Corrado e Nicoletta Demarchi,  pubblicato in: “Vita diocesana Pinerolese,  03 aprile 2011:

“Orientare i figli al bene significa aiutarli a diventare persone buone, corrette ed oneste”.
E’ opinione diffusa che, mentre la buona educazione e le buone maniere debbano essere insegnate ai figli dai genitori, l’educazione religiosa debba invece essere competenza di terzi: del parroco, delle catechiste, degli animatori.
Il documento di programmazione dei prossimi dieci anni proposto dai vescovi italiani dal titolo “Educare alla vita buona del Vangelo” sottolinea questa preoccupante situazione.
Un’ora alla settimana non è sufficiente per far maturare nei bambini il desiderio di crescere nella fede. Anzi, tornando a casa e vedendo il disimpegno dei familiari, penseranno che quanto hanno appreso all’oratorio non è degno di essere approfondito e vissuto.
La trasmissione della fede è avvenuta per due millenni in stretta collaborazione tra la famiglia e la Chiesa. Senza l’aiuto della famiglia, la Chiesa può fare poco. In un contesto sociale e culturale ormai scristianizzato, le nuove generazioni rischiano seriamente di crescere senza valori, perché non li hanno conosciuti.
A noi genitori spetta, quindi, una grande responsabilità. La nascita di un figlio trasforma l’esistenza del padre e della madre, invadendoli di una grande gioia, ma caricandoli anche, di doveri ben precisi. Perché questa paternità e maternità non diventino, però, un peso è necessario viverle nella prospettiva di una missione dove amare i figli come Dio li ama, seguendoli e accompagnandoli come Lui li segue; significa condividere con il Signore questa opera stupenda, aiutandoli a portare alla maturazione le loro enormi potenzialità e la loro vera vocazione. I figli hanno nei loro genitori il punto di riferimento ed il modello a cui ispirarsi.

Attenzione affettiva e morale

Oltre all’attenzione e formazione intellettuale e fisica, alle quali siamo tutti molto attenti e rigorosi, bisogna affiancare quella affettiva e morale.  Ricevere e donare amore, significa prepararli ad affrontare positivamente le vicende della vita; pena una fragilità psicologica e morale, di tragica attualità nella cronaca quotidiana.
Educare alla libera volontà significa, quindi, abituarli alla disciplina, all’applicazione ed alla rinuncia, per arrivare assieme ad un bene più grande.

Tutti noi vorremmo avere la certezza che i nostri sforzi educativi producano dei frutti. Gesù, nella parabola del buon seminatore, ci ricorda però che, nonostante tutto il nostro impegno, il seme dei buoni insegnamenti non sempre viene accolto nel terreno dei figli.
Questo non ci deve scoraggiare perché, anche nell’insuccesso momentaneo, il bene rimane e può manifestarsi nei tempi e nei modi che il Signore vorrà. Orientare i figli al bene significa aiutarli a diventare persone buone, corrette ed oneste, guidati dalla coscienza, che è la voce di Dio nel cuore dell’uomo, nel praticare la giustizia e l’amore ed a fare opera di discernimento fra il bene e il male.
I bambini crescono bene se il contesto familiare è ricco di valori; il primo insegnamento è quindi l’esempio. I nostri figli ci osservano e ci ascoltano sempre, con grande attenzione, fin dai primi anni di vita, ed è perciò, attraverso il nostro amore di coppia, che possiamo alimentare la fiducia nel matrimonio e nella famiglia.

Succede, alle volte, che siano i nostri figli a costringerci a scuotere la polvere di dosso ed a uscire dalla mediocrità in cui ci siamo adagiati, stimolandoci con domande e riflessioni alle quali siamo in dovere di rispondere, anche con una buona dose di umiltà, ritrovando insieme il vero senso della vita che Dio ci ha donato. Parlare ai figli di Dio è un compito fondamentale dei genitori, partendo dalle bellezze del creato, per arrivare al loro cuore. La scoperta di Dio dentro di sé e l’apertura della porta ad un amico fedele che non li abbandonerà mai, è quanto di più bello possano regalare i genitori ai loro figli.

Nel cammino di fede non dobbiamo nascondere ai nostri figli che la via del bene, come ci ha insegnato Gesù stesso, a prima vista sembra la più difficile, perché è stretta ed in salita e richiede un po’ di sacrificio, ma in compenso è l’unica via che fa di noi delle persone buone e giuste e ci fa sentire tanta gioia e pace nel cuore.
Per questo vale la pena metterci in gioco, tutti insieme, Chiesa, genitori e figli, ricordando sempre il detto latino: “Le parole insegnano, gli esempi trascinano”.

La pastorale familiare ha un compito importante: quello di costruire nelle parrocchie una comunità di adulti. Senza le coppie adulte e giovani che si radunano e che si "vedono" presenti in quanto famiglie, la parrocchia si configura come un insieme di servizi erogati da un gruppo di persone.
quasi una stazione di servizio da autostrada, un aggregato da cui non nasce appartenenza e senso di familiarità.

Non sarà facile, ci vorrà tanta buona volontà e pazienza, costanza e fiducia: le parrocchie sono chiamate in prima linea a lavorare sodo coinvolgendo le famiglie, gli operatori di catechesi. Al bando lo scoraggiamento, c’è una Chiesa da ringiovanire, renderla più presente e attiva in un mondo che vediamo sempre meno cristiano e poco presente.

Cosa fare allora, da dove incominciare?

Dare una risposta non è facile, non c’è una soluzione valida per tutti. In molte parrocchie dove si è tentato un approccio con le famiglie la delusione è stata grande a causa della quasi totale assenza dei genitori. Alla delusione è seguito lo scoraggiamento e il” lasciamo perdere”.
Se proviamo a dar un metodo, possiamo al giorno d’oggi dare soltanto una regola: pazienza e costanza.
Con umiltà dobbiamo ammettere come Chiesa che si è perso molto tempo, sono state trascurate le persone, è prevalso un certo autoritarismo, una volontà del potere e una sottomissione dei fedeli senza parola; l’entusiasmo del Concilio Ecumenico Vaticano secondo è durato molto poco.
E’ difficile oggi superare secoli di lassismo nella pastorale ma non impossibile: ci vuole sempre qualcuno che rompa il ghiaccio, che incominci con tutta serietà e abnegazione. Forse non vedremo i frutti nell’immediato, ma saremo i pionieri del Signore in quest’opera di rinascita della Chiesa.

Dobbiamo capire assieme ai nostri collaboratori, colleghi, e genitori che

“L’istituzione familiare mantiene la sua responsabilità primaria per l’educazione e la trasmissione dei valori e della fede. Se è vero che la famiglia non è la sola educatrice, soprattutto quando si tratta di figli adolescenti, e che non esistono genitori perfetti, dobbiamo dire anche con chiarezza che c’è un’impronta che solo la famiglia può dare e che rimane nel tempo, pur attraverso fasi di latenza e crisi ambientali.
Per questo, occorre impegnarsi a sostenere il ruolo ed il compito dei genitori come educatori in tutti gli ambiti, compreso quello spirituale e cristiano. In forza del diritto naturale e dell’impegno assunto nel Battesimo dei loro figli, essi sono, infatti, i primi ed indispensabili educatori alla fede e alla vita cristiana” (Ed. alla vita buona del vangelo, 8).

Convinciamo i genitori a lavorare assieme a noi per

• seguire con continuità il cam­mino dei figli, partecipando alle diverse fasi del loro percorso catechistico;
• non ritirarsi ai margini affidan­do e delegando tutto alle catechiste e al parroco;
• ritagliarsi, in famiglia, alcuni momenti nei quali riprendere e far di­ventare «vita di ogni giorno» i contenuti che i bambini apprendono a catechismo;
• partecipare ad alcune iniziative e incontri in parrocchia per diventare capaci di «accompagnare» i figli nel cam­mino di fede;
• inserirsi nella vita della comu­nità parrocchiale, specialmente parteci­pando con i figli alla Messa domenicale;
• creare, all'interno della fami­glia, un clima nel quale la fede si respi­ra e si vive.
            Oggi fino a che punto possiamo dire che i genitori sono ancora capaci di trasmettere la loro fede ai figli?

“ Oggi, molti genitori vivono un senso di impotenza educativa; hanno l’impressione di non riuscire a comunicare e che altri soggetti abbiano mezzi più potenti e un’efficacia superiore; sentono di non saper più dire dei no con l’autorevolezza necessaria; fanno fatica a proporre con passione ragioni profonde per vivere. La fragilità della famiglia non deriva solo da motivi interni alla vita della coppia e al rapporto tra genitori e figli. Molto più pesanti e condizionanti sono i motivi esterni: conciliare l’impegno lavorativo con la vita familiare, costruire rapporti sereni in condizioni abitative e urbanistiche sfavorevoli, gestire il problema degli anziani malati e fragili. A ciò si aggiunga il numero crescente delle convivenze di fatto, delle separazioni coniugali e dei divorzi, come pure le difficoltà di un quadro economico, fiscale e sociale che disincentiva le nuove maternità” ( Ed.alla vita buona del vangelo, 8).

Inoltre tutti questi fattori sono serviti all’allontanamento da parte di molti genitori dalle pratiche religiose e di conseguenza da una seria e convinta coscienza religiosa.

“La chiesa deve aiutare le famiglie a diventare come “chiese domestiche” attraverso specifici itinerari di spiritualità. Le famiglie cristiane debbono, a loro volta aiutare la parrocchia a diventare “famiglie di famiglie” (ibidem).

Educare alla vita buona del vangelo deve diventare un crescere insieme e far crescere insieme la nostra piccola chiesa locale, la parrocchia, che unita alle altre parrocchie sotto la guida del Vescovo si collabora alla crescita della Chiesa universale.