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mercoledì 1 gennaio 2014

TUTTA LA NOTTE … E POI di don Tonino Bello



Il catechista in preghiera e le sue attese


TUTTA LA NOTTE … E POI

Eccoci, Signore, davanti a te,
col fiato grosso, dopo aver tanto camminato.

Ma se ci sentiamo sfiniti,
non è perché abbiamo percorso un lungo tragitto,
o abbiamo coperto chi sa quali interminabili rettilinei.
E’ perché, purtroppo, molti passi,
li abbiamo consumati sulle viottole nostre,
e non sulle tue:
seguendo i tracciati involuti
della nostra caparbietà faccendiera,
e non le indicazioni della tua Parola;
confidando sulla riuscita delle nostre estenuanti manovre,
e non suoi moduli semplici dell’abbandono fiducioso
in te.

Forse mai, come in questo crepuscolo dell’anno,
sentiamo nostre le parole di Pietro:
“Abbiamo faticato tutta la notte,
e non abbiamo preso nulla”.

Ad ogni modo,
vogliamo ringraziarti ugualmente.
Perché, facendoci contemplare la povertà del raccolto,
ci aiuti a capire che senza di te non possiamo fare nulla.

Ci agitiamo soltanto.
Grazie, perché obbligandoci a prendere atto
dei nostri bilanci deficitari,
ci fai comprendere che, se non sei tu che costruisci la casa,
invano vi faticano i costruttori.
E che, se tu non custodisci la città,
invano veglia il custode.

E che alzarsi di buon mattino, come facciamo noi,
o andare tardi a riposare
per assolvere ai mille impegni giornalieri,
o mangiare pane di sudore
come ci succede ormai spesso,
non è un investimento redditizio se ci manchi tu.



Il salmo 127, avvertendoci che, il pane
tu ai tuoi amici lo dai nel sonno,
ci rivela la più incredibile legge economica,
che lega il minimo sforzo al massimo rendimento.

Ma bisogna esserti amici.
Bisogna godere della tua comunione.
Bisogna vivere una vita interiore profonda.

Se no, il nostro è solo un tragico sussulto
di smanie operative, forse anche intelligenti,
ma assolutamente sterili sul piano spirituale.

Grazie, Signore, perché
Se ci fai sperimentare la povertà della mietitura

e ci fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre,

tu dimostri di volerci veramente bene,
poiché ci distogli dalle nostre presunzioni
corrose dal tarlo dell’efficientismo,

raffreni i nostri desideri di onnipotenza,
e non ci esponi al ridicolo di fronte alla storia:
anzi di fronte alla cronaca.

Don Tonino Bello – Parole d’amore (ed. La meridiana

domenica 29 dicembre 2013

Il vero discepolo di Cristo ha condiscepoli e si fa condiscepolo.

L'essere discepolo....



DISCEPOLI   O  CONDISCEPOLI?



La domanda sembra anche stavolta retorica. Eppure rimanda ad una alternativa non
del tutto rara nel pensiero e nell’esperienza di tanti credenti. Fin troppo facile è cedere ad un
senso solitario, individualistico dell’essere cristiani, salvo poi accostarvi un po’
estrinsecamente l’appartenenza alla Chiesa, come una sorta di condizione successiva
all’essere diventati cristiani, una specie di iscrizione facoltativa ad un club, ad una congrega di
elezione o, meglio, secondo gradimento. La verità è che un discepolo di Gesù è veramente tale
se nasce al discepolato con altri, se vive e cammina con altri discepoli. Il vero discepolo di
Cristo ha condiscepoli e si fa condiscepolo.

L’esperienza paolina è significativa in tal senso. Ciò che capita a Paolo è esemplare per
tutti noi. Infatti, secondo il racconto del libro degli Atti, è il Signore stesso a invitare, inviare e
condurre Paolo verso la comunità cristiana già esistente (cf. At 9,6; 22,10). Come a dire che
non c’è iniziativa dall’alto senza incontro terreno; non può esserci incontro con il Signore, o
meglio del Signore con noi, che non conduca prontamente e necessariamente all’incontro
fraterno – nel senso della fraternità della fede – fra di noi.

Proprio vero che giungere alla fede ed entrare a far parte della Chiesa sono quasi la stessa cosa, si appartengono l’un l’altro.
La comunità cristiana non è esteriore alla relazione personale con Dio instaurata nella fede. La
Chiesa appartiene alla struttura costitutiva della nostra fede tanto quanto la nostra fede ci
inserisce, ci rende appartenenti alla Chiesa.

Questo legame di reciprocità non è una figura astratta, una entità immaginaria; al
contrario si incarna in volti concreti, in rapporti reali. Il Signore che chiama Paolo, interpella
nello stesso tempo Anania. Il Signore precede Paolo nell’incontro con Anania e prepara
quest’ultimo a incontrare Paolo, che ha riempito della luce della sua rivelazione.

Il rinvio alla Chiesa, alla comunità cristiana con i suoi volti e le sue figure concrete, è una sorta di
controprova che la chiamata viene veramente da Dio, e non è una fatua emozione interiore.
Perché quando il Signore chiama lo fa anticipando i nostri passi e preparando i nostri incontri.
Le figure che sono riferimento nella comunità cristiana svolgono diverse funzioni in
relazione al cammino del nuovo discepolo: sottopongono ad un discernimento, aiutano a
leggere la volontà di Dio su di lui, preparano, sostengono e accompagnano con la preghiera,
ammettono alla vita della Chiesa con i sacramenti, primo fra tutti il battesimo, seguono nei
primi passi dell’impegno ecclesiale e dell’azione missionaria, proteggono nei momenti difficili
(cf. At 9,10-30; 22,12-16), accreditano presso la comunità quando necessario, come fa
Barnaba per Paolo (cf. At 9,27-28).

Il cammino storico della fede cristiana ha conosciuto una evoluzione e una
articolazione delle forme in cui si è presentato il discepolo che accompagna, a cominciare dal
ministro ordinato che celebra i sacramenti e annuncia autorevolmente la Parola, a continuare
con quelli che affiancano in vario modo, soprattutto con quella figura designata variamente
come padre, guida, direttore, accompagnatore spirituale. Tutta esperienza di vita cristiana che
ci dice come abbiamo bisogno di un confronto costante con qualche fratello o sorella perché il
nostro sia davvero un cammino credente dietro a Gesù.

Sta qui uno dei sensi fondamentali della Chiesa nel suo insieme: strapparci al nostro
solipsismo, al nostro isolamento, alla pretesa autosufficienza, per aprirci e accogliere
veramente la chiamata e la presenza di Dio, la sua salvezza in Gesù, e imitarlo realizzando in
noi il movimento di uscita da se stessi per diventare noi stessi nell’atto di donarci per amore a
lui e ai fratelli. La fraternità nella Chiesa è un contrassegna formidabile e fondamentale della
autenticità della nostra fede e della qualità della nostra vita comune. Lasciarci aiutare e
dedicarci ad aiutare gli altri per incontrare personalmente e insieme il Signore che illumina,
salva, fa strada davanti a noi e invia dinanzi a sé: questa è la lezione permanente del
“condiscepolato” cristiano.

Mariano Crociata
Vescovo

sabato 28 dicembre 2013

Catechisti/e, non dite siamo lasciati soli…


Tutti insieme attingiamo dalla stessa fonte


E' questa una delle visioni agostiniane fatte proprie dal Concilio Ecumenico Vaticano II: il vescovo è prima di tutto un cristiano insieme agli altri cristiani. Egli non è superiore a nessuno, ha solo un compito, fra gli altri, all'interno del popolo di Dio. Ma il Maestro è uno solo, Cristo; il Padre è uno solo, il Padre del cielo. Il vescovo ha bisogno del sostegno e della preghiera dei fratelli; e quello che è chiamato a dispensare agli altri, quale buon amministratore della casa di Dio, il vescovo lo succhia a sua volta dalla Parola rivolta a tutto il popolo.
Frasi meravigliose di Sant’Agostino, vescovo d’Ippona:


Tutti i cristiani sono discepoli del Cristo.
Infatti uno solo è il vostro Maestro, Cristo (Mt 23,10).
Negherà di essere discepolo di Cristo solo colui che negherà che Cristo è il suo Maestro.
Non dunque per il fatto che vi parlo da un luogo posto più in alto, io sono vostro maestro.
E’ infatti il maestro di tutti, colui la cui cattedra è al di sopra di tutti i cieli


SOTTO DI LUI SIAMO RIUNITI IN UNA SOLA SCUOLA E VOI E NOI SIAMO CONDISCEPOLI.


Il nostro ruolo è solo di ammonirvi, come i capiclasse nelle scuole.
Rialzate dunque, fratelli, rialzate il nostro fardello e portatelo con me: vivete bene.
Io oggi devo dar da mangiare ai poveri che sono poveri con me.
Con loro devo comunicare la mia umanità.
Le mie parole sono il vostro pranzo.
Non riesco a pascervi tutti con un pane che si può vedere e toccare.



NUTRISCO CON QUELLO DA CUI SONO NUTRITO; SONO SERVITORE, NON IL PADRE DI FAMIGLIA.


- Metto davanti a voi ciò di cui io stesso vivo, dal tesoro del Signore, dalla mensa di quel padre di famiglia che per noi si è fatto povero, essendo ricco, perché noi fossimo ricchi della sua povertà.

- Se vi dessi un pane, spezzato il pane portereste via ognuno un piccolo pezzo; e se foste molti, ognuno ne porterebbe via un pezzo molto piccolo.

- Adesso invece quello che dico ce l'avete tutto tutti, e ognuno ce l'ha tutto.

- Forse dividete fra voi le sillabe del mio parlare? Forse che portate via le parole che compongono il sermone?

- Ma vedete anche che io sono uno che distribuisce, non l'esattore.

- Se non distribuissi e tenessi il denaro per me, il Vangelo mi atterrisce.

- Potrei dire, perché procurare del fastidio agli uomini? Ho ricevuto di chi vivere, vivrò come mi è stato chiesto e comandato di vivere.

Ma il Vangelo mi atterrisce.

- Infatti, se fosse per me, passerei la vita in questo riposo sicuro e senza alcun impegno: per me non c'è niente di meglio, di più dolce, che scrutare il tesoro del Signore senza nessuno che mi dia fastidio. Cosa dolce e buona.

- Invece predicare, correggere, rimproverare, edificare, darsi da fare per ognuno, oh che peso grande, che fatica, che lavoro! Chi non rifiuterebbe questa fatica?

Mi atterrisce il Vangelo.

- Infatti arriva il servo che ha messo da parte il talento e dice: so che sei un uomo molesto che vuoi mietere dove non hai seminato, ecco il tuo talento che ho conservato. Ma il padrone lo giudica e gli dice: avresti almeno potuto dare il mio denaro a chi l'avesse fatto fruttificare e io venendo lo avrei ritirato con gli interessi.

- Ti avevo posto come dispensatore, non come esattore.

Questo è esattamente il mio dare: chi era cattivo ieri, sia buono oggi.

venerdì 4 ottobre 2013

IL CATECHISTA E' LA MEMORIA DI DIO...





OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Piazza San Pietro
Domenica, 29 settembre 2013

Il catechista allora è un cristiano che porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri





1. «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri, … distesi su letti d’avorio» (Am 6,1.4), mangiano, bevono, cantano, si divertono e non si curano dei problemi degli altri.

Parole dure queste del profeta Amos, ma che ci mettono in guardia da un pericolo che tutti corriamo. Che cosa denuncia questo messaggero di Dio, che cosa mette davanti agli occhi dei suoi contemporanei e anche davanti ai nostri occhi oggi? Il rischio di adagiarsi, della comodità, della mondanità nella vita e nel cuore, di avere come centro il nostro benessere. E’ la stessa esperienza del ricco del Vangelo, che indossava vestiti di lusso e ogni giorno si dava ad abbondanti banchetti; questo era importante per lui. E il povero che era alla sua porta e non aveva di che sfamarsi? Non era affare suo, non lo riguardava. Se le cose, il denaro, la mondanità diventano centro della vita ci afferrano, ci possiedono e noi perdiamo la nostra stessa identità di uomini: guardate bene, il ricco del Vangelo non ha nome, è semplicemente “un ricco”. Le cose, ciò che possiede sono il suo volto, non ne ha altri.

Ma proviamo a domandarci: come mai succede questo? Come mai gli uomini, forse anche noi, cadiamo nel pericolo di chiuderci, di mettere la nostra sicurezza nelle cose, che alla fine ci rubano il volto, il nostro volto umano? Questo succede quando perdiamo la memoria di Dio. “Guai agli spensierati di Sion”, diceva il profeta. Se manca la memoria di Dio, tutto si appiattisce, tutto va sull’io, sul mio benessere. La vita, il mondo, gli altri, perdono la consistenza, non contano più nulla, tutto si riduce a una sola dimensione: l’avere. Se perdiamo la memoria di Dio, anche noi stessi perdiamo consistenza, anche noi ci svuotiamo, perdiamo il nostro volto come il ricco del Vangelo! Chi corre dietro al nulla diventa lui stesso nullità – dice un altro grande profeta, Geremia (cfr Ger 2,5). Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, non a immagine e somiglianza delle cose, degli idoli! 

2. Allora, guardandovi, mi chiedo: chi è il catechista? E’ colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in se stesso e la sa risvegliare negli altri. E’ bello questo: fare memoria di Dio, come la Vergine Maria che, davanti all’azione meravigliosa di Dio nella sua vita, non pensa all’onore, al prestigio, alle ricchezze, non si chiude in se stessa. Al contrario, dopo aver accolto l’annuncio dell’Angelo e aver concepito il Figlio di Dio, che cosa fa? Parte, va dall’anziana parente Elisabetta, anch’essa incinta, per aiutarla; e nell’incontro con lei il suo primo atto è la memoria dell’agire di Dio, della fedeltà di Dio nella sua vita, nella storia del suo popolo, nella nostra storia: «L’anima mia magnifica il Signore … perché ha guardato l’umiltà della sua serva … di generazione in generazione la sua misericordia» (Lc 1,46.48.50). Maria ha memoria di Dio.

In questo cantico di Maria c’è anche la memoria della sua storia personale, la storia di Dio con lei, la sua stessa esperienza di fede. Ed è così per ognuno di noi, per ogni cristiano: la fede contiene proprio la memoria della storia di Dio con noi, la memoria dell’incontro con Dio che si muove per primo, che crea e salva, che ci trasforma; la fede è memoria della sua Parola che scalda il cuore, delle sue azioni di salvezza con cui ci dona vita, ci purifica, ci cura, ci nutre. Il catechista è proprio un cristiano che mette questa memoria al servizio dell’annuncio; non per farsi vedere, non per parlare di sé, ma per parlare di Dio, del suo amore, della sua fedeltà. Parlare e trasmettere tutto quello che Dio ha rivelato, cioè la dottrina nella sua totalità, senza tagliare né aggiungere.

San Paolo raccomanda al suo discepolo e collaboratore Timoteo soprattutto una cosa: Ricordati, ricordati di Gesù Cristo, risorto dai morti, che io annuncio e per il quale soffro (cfr 2 Tm 2,8-9). Ma l’Apostolo può dire questo perché lui per primo si è ricordato di Cristo, che lo ha chiamato quando era persecutore dei cristiani, lo ha toccato e trasformato con la sua Grazia.

Il catechista allora è un cristiano che porta in sé la memoria di Dio, si lascia guidare dalla memoria di Dio in tutta la sua vita, e la sa risvegliare nel cuore degli altri. E’ impegnativo questo! Impegna tutta la vita! Lo stesso Catechismo che cos’è se non memoria di Dio, memoria della sua azione nella storia, del suo essersi fatto vicino a noi in Cristo, presente nella sua Parola, nei Sacramenti, nella sua Chiesa, nel suo amore? Cari catechisti, vi domando: siamo noi memoria di Dio? Siamo veramente come sentinelle che risvegliano negli altri la memoria di Dio, che scalda il cuore?

3. «Guai agli spensierati di Sion», dice il profeta. Quale strada percorrere per non essere persone “spensierate”, che pongono la loro sicurezza in se stessi e nelle cose, ma uomini e donne della memoria di Dio? Nella seconda Lettura san Paolo, scrivendo sempre a Timoteo, dà alcune indicazioni che possono segnare anche il cammino del catechista, il nostro cammino: tendere alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza (cfr 1 Tm 6,11).

Il catechista è uomo della memoria di Dio se ha un costante, vitale rapporto con Lui e con il prossimo; se è uomo di fede, che si fida veramente di Dio e pone in Lui la sua sicurezza; se è uomo di carità, di amore, che vede tutti come fratelli; se è uomo di “hypomoné”, di pazienza, di perseveranza, che sa affrontare le difficoltà, le prove, gli insuccessi, con serenità e speranza nel Signore; se è uomo mite, capace di comprensione e di misericordia. 

Preghiamo il Signore perché siamo tutti uomini e donne che custodiscono e alimentano la memoria di Dio nella propria vita e la sanno risvegliare nel cuore degli altri. Amen.


 
 Il catechista è uomo della memoria di Dio se ha un costante, vitale rapporto con Lui e con il prossimo.

giovedì 3 ottobre 2013

Non ho detto "fare" i catechisti, ma "esserlo"


Papa Francesco ai catechisti al congresso dei catechisti a Roma







 Cari catechisti,

sono felice che nell’Anno della fede ci sia questo incontro per voi: la catechesi è un pilastro per l’educazione della fede, e ci vogliono buoni catechisti! Grazie di questo servizio alla Chiesa e nella Chiesa. Anche se a volte può essere difficile, si lavora tanto, ci si impegna e non si vedono i risultati voluti, educare nella fede è bello! Aiutare i bambini, i ragazzi, i giovani, gli adulti a conoscere e ad amare sempre di più il Signore è una delle avventure educative più belle, si costruisce la Chiesa! “Essere” catechisti! Badate bene, non ho detto “fare” i catechisti, ma “esserlo”, perché coinvolge la vita. Si guida all’incontro con Gesù con le parole e con la vita, con la testimonianza. Ed “essere” catechisti chiede amore, amore sempre più forte a Cristo, amore al suo popolo santo. E questo amore, necessariamente, parte da Cristo.

Che cosa significa questo ripartire da Cristo per un catechista, per voi, anche per me, perché anch’io sono catechista?

1. Prima di tutto ripartire da Cristo significa avere familiarità con Lui. Gesù lo raccomanda con insistenza ai discepoli nell’Ultima Cena, quando si avvia a vivere il dono più alto di amore, il sacrificio della Croce. Gesù utilizza l’immagine della vite e dei tralci e dice: rimanete nel mio amore, rimanete attaccati a me, come il tralcio è attaccato alla vite. Se siamo uniti a Lui possiamo portare frutto, e questa è la familiarità con Cristo.

La prima cosa, per un discepolo, è stare con il Maestro, ascoltarlo, imparare da Lui. E questo vale sempre, è un cammino che dura tutta la vita! Per me, ad esempio, è molto importante rimanere davanti al Tabernacolo; è uno stare alla presenza del Signore, lasciarsi guardare da Lui.




E questo scalda il cuore, tiene acceso il fuoco dell’amicizia, ti fa sentire che Lui veramente ti guarda, ti è vicino e ti vuole bene. Capisco che per voi non è così semplice: specialmente per chi è sposato e ha figli, è difficile trovare un tempo lungo di calma. Ma, grazie a Dio, non è necessario fare tutti nello stesso modo; nella Chiesa c’è varietà di vocazioni e varietà di forme spirituali; l’importante è trovare il modo adatto per stare con il Signore; e questo si può, è possibile in ogni stato di vita. In questo momento ognuno può domandarsi: come vivo io questo “stare” con Gesù? Ho dei momenti in cui rimango alla sua presenza, in silenzio, mi lascio guardare da Lui? Lascio che il suo fuoco riscaldi il mio cuore? Se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare i cuori degli altri?

2. Il secondo elemento è questo: ripartire da Cristo significa imitarlo nell’uscire da sé e andare incontro all’altro. Questa è un’esperienza bella, e un po’ paradossale. Perché? Perché chi mette al centro della propria vita Cristo si decentra! Più ti unisci a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri. Questo è il vero dinamismo dell’amore, questo è il movimento di Dio stesso!



Dio è il centro, ma è sempre dono di sé, relazione, vita che si comunica… Così diventiamo anche noi se rimaniamo uniti a Cristo, Lui ci fa entrare in questo dinamismo dell’amore. Dove c’è vera vita in Cristo, c’è apertura all’altro, c’è uscita da sé per andare incontro all’altro nel nome di Cristo.

Il cuore del catechista vive sempre questo movimento di “sistole - diastole”: unione con Gesù - incontro con l’altro. Sistole - diastole. Se manca uno di questi due movimenti non batte più, non vive. Riceve in dono il kerigma, e a sua volta lo offre in dono. E’ così nella natura stessa del kerigma: è un dono che genera missione, che spinge sempre oltre se stessi. San Paolo diceva: «L’amore di Cristo ci spinge», ma quel “ci spinge” si può tradurre anche “ci possiede”. E’ così: l’amore ti attira e ti invia, ti prende e ti dona agli altri. In questa tensione si muove il cuore del cristiano, in particolare il cuore del catechista. Chiediamoci tutti: è così che batte il mio cuore di catechista: unione con Gesù e incontro con l’altro? Si alimenta nel rapporto con Lui, ma per portarlo agli altri? Vi dico una cosa: non capisco come un catechista possa rimanere fermo, senza questo movimento.


3. E il terzo elemento sta sempre in questa linea: ripartire da Cristo significa non aver paura di andare con Lui nelle periferie. Qui mi viene in mente la storia di Giona, una figura davvero interessante, specialmente nei nostri tempi di cambiamenti e di incertezza. Giona è un uomo pio, con una vita tranquilla e ordinata; questo lo porta ad avere i suoi schemi ben chiari e a giudicare tutto e tutti con questi schemi, in modo rigido. Perciò quando il Signore lo chiama e gli dice di andare a predicare a Ninive, la grande città pagana, Giona non se la sente. Ninive è al di fuori dei suoi schemi, è alla periferia del suo mondo. E allora scappa, fugge via, si imbarca su una nave che va lontano. Andate a rileggere il Libro di Giona! E’ breve, ma è una parabola molto istruttiva, specialmente per noi che siamo nella Chiesa.



Che cosa ci insegna? Ci insegna a non aver paura di uscire dai nostri schemi per seguire Dio, perché Dio va sempre oltre, Dio non ha paura delle periferie. Dio è sempre fedele, è creativo, non è chiuso, e per questo non è mai rigido, ci accoglie, ci viene incontro, ci comprende. Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire. Se un catechista si lascia prendere dalla paura, è un codardo; se un catechista se ne sta tranquillo finisce per essere una statua da museo; se un catechista è rigido diventa incartapecorito e sterile. Vi domando: qualcuno di voi vuole essere codardo, statua da museo o sterile?

Ma attenzione! Gesù non dice: andate, arrangiatevi. No! Gesù dice: Andate, io sono con voi!

Questa è la nostra bellezza e la nostra forza: se noi andiamo, se noi usciamo a portare il suo Vangelo con amore, con vero spirito apostolico, con parusia, Lui cammina con noi, ci precede, ci “premierà” sempre. Ormai avete imparato il senso di questa parola. E questo è fondamentale per noi: Dio sempre ci precede! Quando noi pensiamo di andare lontano, in una estrema periferia, e forse abbiamo un po’ di timore, in realtà Lui è già là: Gesù ci aspetta nel cuore di quel fratello, nella sua carne ferita, nella sua vita oppressa, nella sua anima senza fede. Gesù è lì, in quel fratello. Lui sempre ci precede.

Cari catechisti, vi dico grazie per quello che fate, ma soprattutto perché ci siete nella Chiesa, nel Popolo di Dio in cammino. Rimaniamo con Cristo, cerchiamo di essere sempre più una cosa sola con Lui; seguiamolo, imitiamolo nel suo movimento d’amore, nel suo andare incontro all’uomo; e usciamo, apriamo le porte, abbiamo l’audacia di tracciare strade nuove per l’annuncio del Vangelo.

Il Signore vi benedica e la Madonna vi accompagni.